La strage degli innocenti

Una corsa verso la follia, un inaccettabile oltraggio alla dignità dell’uomo” – “…la corsa riesce a rendere concreto e visibile il perverso assoggettamento che l’industria degli sponsor ha imposto a tutto il mondo sportivo” – così scrive l’Osservatore Romano nel gennaio 1988 a seguito degli incidenti e dei morti della decima edizione.

Un attacco duro da parte della Santa Sede alla corsa più chiacchierata del periodo che ha sicuramente qualche fondamento quando i partecipanti ad una gara sportiva perdono la vita in modo così tragico e – forse – inspiegabile.

Roberto Patrignani su Motosprint parló di “sadismo di un tracciato zigzagante alla ricerca di situazioni difficili che contribuiscano a prolungare al massimo la tortura, lo spettacolo, il rullo dei tamburi pubblicitari, facendo leva sulla generosità, sul coraggio, l’ambizione di un campionario di umanità che sputerebbe l’anima pur di farcela“.

Carlo Cavicchi, dalle colonne di Autosprint, parló di organizzatori mercanti e del loro “diabolico piano per sfoltire i ranghi dei piloti privati, che errando tra le dune, hanno continuato a guidare, sfiniti dalla fatica, guardando avanti nella speranza/miraggio di arrivare a un fine tappa proibito, terrorizzati dal non farcela perchè ormai, dietro, più nessuno era in grado di portare soccorsi”.

Gilles Navarro, giornalista Equipe: “il rally è cambiato ed è diventata una carovana di dimensioni elefantiache impossibile da gestire. Il percorso disegnato da Metgè ha penalizzato i privati e avvantaggiato le case ufficiali, se la Dakar non ritorna ai principi con cui è stata creata rischia di essere cancellata

Jeremy Hart, corrispondente Reuter: “ogni cosa fatta dalla TSO è stata un fallimento, tragici incidenti, pessima organizzazione logistica, tappe impossibili…adesso Sabine e Metgè se la dovranno vedere con Balestre”

Francois Xavier Beaudet, giornalista Equipe: “la Parigi-Dakar è diventata vittima delle sue dimensioni gigantesche…una volta Thierry Sabine mi disse che esisteva un tetto massimo da non superare mai…che quest’anno è stato ampiamente superato

Paolo Scalera, inviato Corriere dello Sport: “quest’anno è stata scritta una mole enorme di sciocchezze sulla Parigi Dakar. Se ne sono resi autori colleghi che non hanno visto un metro di pista in Africa che alla Dakar sono andati unicamente perché in questa edizione l’unica cosa deplorevole oltre al numero degli iscritti troppo elevato, era l’eccesso degli aerei stampa. Purtroppo tutte le cose belle prima o dopo hanno fine. E’ stato così per il Tourist Trophy in Inghilterra, una corsa motociclistica magica, ma fatale e forse sarà così anche per la Dakar. Ho amato e amo tutt’ora questa gara, ma sono pronto a ripudiarla se vuole trasformarsi solo in un circo, in una delle solite occasioni per coinvolgere gli sponsor per guadagnare denaro. Tutti lavoriamo per denaro, ma c’è un limite oltre il quale si sconfina nella prostituzione. Per dove si svolge, la Dakar ha dei confini ben definitivi da non superare, se non si vuole entrare nel campo del rischio puro che non è lecito nemmeno se scelto deliberatamente. Ci vogliono meno iscritti e occorre vietare l’assistenza aerea che consente a chi corre di spremere sempre le vetture perché tanto si può intervenire alla sera. La Dakar non è un gran premio: deve premiare non solo il pilota più bravo, ma anche e soprattutto quello che ha saputo amministrare meglio il mezzo.

Jean Pierre Dofour, giornalista Fance Press: “la decima edizione ha fatto la sintesi delle edizioni precedenti, moltiplicata per cento, come un ventre che si gonfia ed esplode…la prossima dakar deve rinascere vitale, se no, non ci sarà altra Dakar.

La Parigi-Dakar del 1988 è il culmine di un movimento iniziato dieci anni prima per merito di Thierry Sabine e della sua magica intuizione di un rally nel deserto, ma – edizione dopo edizione – la gara sportiva si è trasformata in qualcosa di completamente diverso attraverso l’esasperazione di ogni aspetto motoristico e umano.

La decima edizione è stata il crepuscolo di una follia collettiva supportata da sponsor importanti che hanno visto l’opportunità di un palcoscenico mondiale per poter apparire agli appassionati di tutto il mondo.

Lo stesso direttore di gara più volte durante il briefing della gara ripeteva: “…molti di voi questa sera non ci saranno…il camion scopa vi aiuterà a togliervi dalla sabbia una o due volte, poi dovrete arrangiarvi da soli o ritirarvi salendo sul camion balaj

Una corsa nata per auto private nel deserto si trasformò anno dopo anno in una gara estrema in cui prototipi di ultima generazione venivano ricoperti da carrozzerie in fibra di vetro per sembrare delle auto di tutti i giorni.

Quale lezione è stata tratta da quel periodo di euforia africana ?

Semplicemente nessuna, laddove lo sport diventa business, laddove le masse accorrono, gli sponsor vendono il loro prodotto richiedendo sempre di più e la morte riappare chiedendo il suo lauto tributo quando la misura lascia spazio all’esasperazione.

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